Lavoro e giovani è un matrimonio che nel nostro Paese non s’adda fare. Ci dicono così i dati: 40% la disoccupazione giovanile, con picchi del 50% al Sud; quasi 2 milioni di Neet (Not in Education, Employment and Training); le imprese che non trovano quasi il 25% delle figure professionali di cui hanno bisogno, soprattutto giovani tecnici. I numeri sono abbastanza freddi per raccontare una condizione che riguarda molte delle famiglie italiane, famiglie che soffrono per figli che spesso, anche con buoni livelli di studio, non trovano opportunità. La conseguenza è disarmante: quasi il 70% degli under 35 italiani vive ancora con i propri genitori. Nel 2010, picco della crisi economico-finanziaria, poco più di tre giovani su dieci di età compresa tra 25 e 34 anni risultavano sposati (36,6%), con un’incidenza significativamente più alta tra le donne (45,7%) che tra gli uomini (27,7%). Con questi presupposti il nostro Paese non ha futuro. Ed è ora di dirlo chiaramente.

 

Davanti a tutto questo qual è la reazione della Chiesa, ed in particolare della Chiesa italiana? Di fronte al tema “lavoro” o meglio alla questione della persona che lavora la comunità si ritrova spesso inerme, incapacità di pensare e di dire qualcosa di significativo, che non sia la ripetizione di affermazioni generiche o la proclamazione di luoghi comuni. Molto contano le influenze sul tema che hanno avuto le filosofie moderne. C’è infatti un ideale ponte che nonostante le differenze corre da Locke, uno dei padri della cultura liberale, fino a Marx che ne è stato il critico più radicale, passando per le poderose analisi di Hegel. Questi autori sono le pietre miliari dell’era dell’intronizzazione del lavoro, che assurge a fondamento della definizione dell’umano e del suo destino storico. Ecco, l’assolutizzazione prometeica del lavoro ha mortificato il profilo soggettivo dell’uomo che lavora. Ed è dunque il tema del primato dell’uomo sul lavoro che va adeguatamente approfondito, sviscerato, compreso nella sua dimensione personale, nelle connessioni col tema della famiglia, dell’ambiente e tanto altro ancora.

 

L’ultima Enciclica dedicata a questo tema, la “Laborem Exercens”, risale al 1981. Il Documento della CEI “Evangelizzare il sociale” del 1992, ha offerto alla Pastorale del lavoro gli orientamenti e le direttive per allargare lo spettro della visuale ai temi del sociale e del politico, mentre nel 2000 vi è stato un ulteriore allargamento di prospettiva sui temi della giustizia, della pace, della custodia del creato (tutti temi importanti che vanno strettamente collegati con una rinnovata riflessione sul tema specifico del lavoro). L’ultima Settimana Sociale dedicata in modo specifico (e non generico) al tema del lavoro risale al 1970. Fino ad oggi. Quasi mezzo secolo dopo la Chiesa italiana torna a occuparsi di lavoro in occasione della 48esima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Cagliari 26-29 Ottobre 2017). Il tema è: “Il lavoro che vogliamo libero, creativo, partecipativo e solidale”. Mentre il documento preparatorio coglie con estrema ma efficace sintesi il nodo della questione: “Nella società italiana, il lavoro ancora oggi si associa troppo spesso a problemi e difficoltà: pensiamo alla frustrazione dei giovani che non riescono a trovare un’occupazione attraverso cui esprimere il proprio talento; all’angoscia dei cinquantenni che perdono quel lavoro a cui hanno dedicato gran parte della loro vita; alla sofferenza dei tanti sfruttati e mal pagati, privati dei loro diritti e della loro dignità.

 

Che cosa fare e come comportarci, da cattolici e cittadini, davanti a questa questione che continua a togliere speranza alle nuove generazioni quanto agli adulti? Intanto cogliere l’occasione delle Settimane Sociali per riappropriarci del tema lavoro in tutte le sue sfaccettature. In un contesto tecnologico in costante e rapido cambiamento il lavoro acquisisce una dimensione irreversibilmente plurale: il lavoro che manca al sud, i lavoratori che mancano al nord (anche se la crisi economica ha aggredito territori dove il lavoro abbondava), il lavoro in famiglia, il lavoro senza luogo (telelavoro), il lavoro domestico (che ancora ci si ostina a non riconoscere), il lavoro nero (che cresce), il lavoro non assicurato, il lavoro artistico e artigianale, il lavoro dell’imprenditore, il lavoro nelle cooperative, il lavoro indipendente del “popolo” delle partite IVA, i nuovi lavori e quelli che non servono più. Questo nuovo aspetto “plurale” del lavoro ha archiviato lo stereotipo del lavoro svolto da adulti maschi, in posizione di dipendenza, per tutta la vita, tendenzialmente nello stesso posto, parte di uno schema “studio-lavoro-pensione” che oggi ha visto completamente sfumati i suoi contorni e le sue connessioni. Il lavoro oggi, in epoca di Industry 4.0, si configura come un percorso il cui esito è dato dalle qualità della persona e dalla rete di condizioni e opportunità per valorizzare le persone. Nel contempo il concetto di lavoro registra una dilatazione semantica al fine di ricomprendere attività (il gratuito, il volontario, l’informale) finora non riconosciute e legittimate.

 

Le Settimane Sociali di Cagliari, a giudicare dai documenti e dagli eventi preparatori che a centinaia si stanno svolgendo in tutto il Paese, aiuteranno i cattolici a riflettere in modo particolare, su due aspetti: il valore formativo del lavoro e, appunto, i cambiamenti tecnologici. La DSC ha molto da dire su questi temi che peraltro sono strettamente collegati tra loro. È indubbio che le tecnologie cambiano non solo il modo di lavorare ma anche il modo di formare i giovani. I “nativi digitali” sono molto più capaci degli adulti nell’utilizzo delle tecnologie ma lo fanno più da consumatori che da produttori o potenziali lavoratori. Le stesse tecnologie che spesso “rubano” il lavoro agli adulti che non riescono ad adeguare le loro competenze al digitale, al cloud, alla rete. Per far capire ai giovani le finalità sociali ed economiche delle tecnologie è necessario che le incontrino in contesti lavorativi, in attività di impresa, ben prima del conseguimento di un diploma o di una laurea. L’azienda, il luogo di lavoro, soprattutto quando punta sull’innovazione, è per i nostri ragazzi una finestra sul futuro che è necessario spalancare per orientarsi in una moltitudine quasi informe di opportunità che spesso non si è in grado di cogliere senza il giusto accompagnamento. Sul lavoro, se i giovani possono imparare, gli adulti possono formare e…continuare a imparare.

 

La formazione sul lavoro e le nuove tecnologie possono diventare i mezzi per uno scambio reciproco tra generazioni: i giovani possono mettere in campo la loro praticità tecnologica, gli adulti possono mettere in campo la loro esperienza relazionale. I giovani possono capire che ruolo possono avere nel mondo e ritrovare la speranza, gli adulti possono imparare a convivere con le tecnologie senza paura del cambiamento. A ben guardare la questione lavoro in Italia si può risolvere riprendendo un dialogo tra generazioni che sembra essersi perso e che le Settimane Sociali potranno recuperare. Il lavoro del futuro non può prescindere dalle competenze “traversali”, dalla capacità di stare insieme, lavorare insieme, imparare lavorando insieme.

 

La Chiesa italiana fa già molto per i giovani in tanti contesti diversi. Ma anche sulla formazione al lavoro si sta riprendendo il ruolo che le spetta: in molte associazioni cattoliche e molte parrocchie le attività di alternanza scuola-lavoro obbligatoria (introdotta dalla Legge 107/2015 nota come “La Buona Scuola”) stanno diventando la regola, grazie alla disponibilità di tante Diocesi che credono in questa metodologia formativa. Abbiamo poi tante cooperative e imprese che fondano la loro attività economica sulla Dottrina Sociale che sono attente alla formazione dei giovani co-progettando percorsi di apprendistato (quell’apprendistato per il quale tanto dobbiamo a don Giovanni Bosco) e aiutando le nuove generazioni ad apprendere la cultura imprenditoriale e la bellezza (e il coraggio) del fare impresa in Italia.

 

Le Settimane Sociali saranno l’occasione per fare il punto su quanto si sta facendo e quanto si potrà fare. Ma sarà anche l’occasione per raccontare al Paese una nuova visione del lavoro che non può prescindere dal ruolo della persona in tutte le sue dimensioni. Lo ha ricordato anche Papa Francesco nel suo recente discorso ai delegati della CISL “Persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme. Perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, il lavoro finisce per diventare qualcosa di disumano, che dimenticando le persone dimentica e smarrisce sé stesso. Ma se pensiamo la persona senza lavoro, diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice; perché l’individuo si fa persona quando si apre agli altri, alla vita sociale, quando fiorisce nel lavoro. La persona fiorisce nel lavoro.”.

 

In questo numero de “La Società” vogliamo offrire il nostro contributo prendendo le mosse da diversi punti. Obiettivo finale è aiutare la persona a fiorire nel lavoro cogliendone il senso più profondo, senza rinunciare alla concretezza, all’operatività e alle tante buone pratiche che fanno della DSC, sia quella teorica che quella “materiale”, un punto di riferimento non solo per i cattolici ma per tutte le persone che hanno a cuore il futuro dell’Italia.